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Storchi

Storchi, contadini romantici biodinamici.

“Sai Matteo, l’estate appena trascorsa del 2018 ci ha fatto ‘saltare’ il 50% della nostra produzione, per colpa della peronospora che abbiamo deciso di non trattare per mantenere le viti e i terreni immacolati dalla chimica. Sai cosa vuol dire? Che è andato in fumo il 50% del nostro incasso annuale. E ti assicuro che per una piccola cantina come la nostra è un disastro”. Il gelo lungo la schiena; gli sguardi seri e duri dei fratelli Marco e Gianni. Ore di grande convivialità passate insieme, ora, nemmeno quello splendidamente profumato bicchiere rosso granato impenetrabile di “Periviana” di Cabernet Savignon riusciva a bloccare quel impasse. Minuti interminabili. Per me, dentro a quella ex stalla, ora perfettamente ristrutturata e cuore della cantina, un imbarazzo memorabile ma anche una sopraggiunta volontà nell’approfondire.

È un sorriso di Gianni a riaccendere la scintilla della conversazione: “No Matteo, non siamo alla fame. Per fortuna abbiamo anche altri lavori che ci consentono di andare avanti nonostante il crollo della produzione. Ma se si vuole fare davvero il vino di altissima qualità che noi vogliamo non ci sono alternative. Ogni anno lavori tanto ma sai che se sposi la cultura del vino totalmente naturale, sai che puoi rischiare tutto per una malattia non trattata dai pesticidi”. Un piacevole sensazione al tatto passare su quelle etichette di carta di seta. Il dettaglio curato all’estremo nel condurre quella piccola cantina vero gioiello dell’enologia italiana.

In tre ettari i tre fratelli Storchi da vent’anni hanno deciso di adottare una politica radicale, estremista, quasi a livello militare. La cura del terreno, la vita, la vinificazione e l’imbottigliamento. Regole ferree. A supporto enologi di fama internazionale come Guido Rivella. Introdotto sin dall’inizio il metodo piemontese, niente irrigazione, niente trattamenti e ingaggio, nei periodi necessari, di potatori maestri. Potatori che per i costi assomigliano di più a parrucchieri di boutique milanesi. Tutto questo per ottenere il “vino naturale”. “Altro che certificazione biologica, o altri attestati di marketing che le aziende corrono a prendere. Noi abbiamo sposato una filosofia ‘totalitaria’ per arrivare ad una produzione biodinamica concreta in ogni fase, utilizzando solamente lieviti indigeni.

Marco, il pensiero del fratello: “Non vogliamo scorciatoie, non vogliamo raccontare i nostri vini con “slogan solo di facciata e poca sostanza”. Tre ettari. Davvero poca roba. Qualità come unico obiettivo. Nel 2017 la produzione è di 15.000 bottiglie. L’anno prima 11.000. Con la stagione 2018, a causa della peronospora rischiano di scendere sotto le 10.000 unità. Potevano salvare parte della vendemmia con trattamenti chimici ma avremmo compromesso il lavoro di mantenimento in purezza del terreno. Marco è un fiume in piena: “Così avremo grandi bottiglie per poche quantità per reggere i costi di una cantina. Il vino in purezza, quello vero, quello che a cui ambiamo ogni anno, si ottiene solo così curando ogni fase fino alla fermentazione spontanea in bottiglia”.

La cantina Storchi oggi fa parte dell’elite del 4% sul totale della produzione italiana che rispetta pienamente i canoni del vino in purezza. Professore di musica Marco, mentre Gianni è alla guida di una piccola agenzia pubblicitaria. Piuttosto che abbassare la qualità e iniziare con il “doping chimico” per aumentare la produttività, siamo disposti a fare due, tre o addirittura anche quattro lavori per vivere e non pesare sui bilanci della cantina. È stato il padre, commerciante di bestiame a comprare quei terreni ciottolosi e argillosi negli anni settanta. Terreni speciali e un microclima unico grazie alla vicinanza del fiume Enza. “Si metteva le mani nei capelli nostro padre a vedere che lasciavamo sulla pianta le uve non ottimali. Era per lui come buttar via il pane. Uno spreco” afferma Marco. I fratelli Storchi decisero che quei terreni avrebbero ospitato la “trazione del lambrusco” con le vigne di salamino, maestri e ancellotta ma anche sarebbero stati soprattutto un grande laboratorio sperimentale con l’introduzione di vitigni internazionali come Cabernet Sauvignon, Merlot e Cabernet Franc. Vitigni a Guyot o a cordone speronato alimentati solamente con cornoletame alla base dell’agricoltura biodinamica.

Copiosi i premi nazionali da parte degli addetti ai lavori per quelle bottiglie così profumate grazie alla ricchezza di calcare e magnesio e l’argilla a contribuire ad ottenere alte concentrazioni zuccherine e aromatiche. Cabernet Sauvignon trova la sua esplosione di profumi nella bottiglia Periviana dedicata alla cara madre scomparsa recentemente, Braje una perfetta alchimia di uve con 60% di Merlot, 25% di Cabernet Franc e 15% di Cabernet Sauvignon. La sperimentazione dei vitigni internazionali, che anno dopo anno, sono diventati una consolidata realtà elitaria dell’enologia italiana. Niente acqua irrigua anche per una rivisitazione assolutamente “unica” del lambrusco. Il reggiano rosso Pozzoferrato si evolve incredibilmente anche dopo cinque anni dalla produzione. Amato tantissimo dai reggiani che lo possono trovare in diversi ristoranti stellati della regione. Contadini romantici che in punta di piedi vogliono essere parte di un ambiente e di una storia. Senza stravolgerla. Con eleganza e rispetto consapevoli che la dignità di dare il meglio nella bottiglia non potrà mai essere barattato da nessun super fatturato.