Quarticello
Quarticello, vini da agricoltura biodinamica.
Nella terra del Lambrusco e dell’industrializzazione dei processi, dove cantine fanno a gara ad essere sugli scaffali dei grandi distributori, dove velocità produttiva e quantità di bottiglie sono elementi imperativi, c’è un “isolotto” che fa dei principi opposti la sua natura di vite. Domenica mattina di gennaio campi bianchi di brina e la targa dell’azienda introvabile. Mano grande e gelida quella di Roberto, che ci apre per la prima volta la cantina. “Non sono molto bravo a raccontarmi, meglio che parli il mio Ferrando”. Lambrusco salamino, granato impenetrabile. Il bicchiere si riempie e la timidezza viene lasciata nell’angolo: “È un vino della vendemmia del 2016, per il quale non vengono utilizzati prodotti chimici di sintesi, sia in vigna che in cantina. Dovrebbe essere un Lambrusco”, e una fragorosa risata toglie ogni imbarazzo.
L’azienda nasce nel 2001 in seguito all’acquisto di un vigneto in zona “Quarticello” a Montecchio in provincia di Reggio Emilia. Roberto, dopo studi all’università di biologia, capisce che la vigna è il suo mondo. Piante da seguire in ogni evoluzione delle stagioni, da proteggere e amare. Non da sfruttare. Fa il contadino dall’alba al tramonto mentre i suoi coetanei ventenni fanno vita notturna in discoteca e pub come giusto che sia per quell’età. Ma a Roberto non interessa. L’acquisto del vigneto lo responsabilizza a tal punto da curare ogni fase della produzione. Sistema di allevamento a Guyot e rese ad ettaro non sopra gli 80 quintali. Vigne da far vivere sopra i 40 anni con protezione per le fitopatologie con l’utilizzo di solo rame, zolfo e prodotti biodinamici. Concimazione con ammendanti organici naturali come il compost biodinamico. Cura le piante come i suoi due figli.
I numeri però non tornano inizialmente. Fiere locali di paese, una dopo l’altra. Il prezzo più alto per costi di processo molti più alti, veniva visto come un grande ostacolo. La rifermentazione in bottiglia sia per i vitigni autoctoni (Lambrusco, Malvasia di Candia e Spergola) vengono vinificati sia nella tipologia frizzante a rifermentazione naturale in bottiglia come nella tipologia spumante metodo classico. Il fondo a volte come timbro di tradizione e purezza ma anche segnare il confine, lasciare l’approccio industriale con la sua peculiarità di garantire lo stesso prodotto uguale ogni anno, a migliaia di anni luce.
La luce dei campi brinati irradia potentemente il salone. Luce che fa risaltare il giallo paglierino del bicchiere di Spergola. “Vedi, noi non facciamo bibite. Noi facciamo un qualcosa di molto diverso; nemmeno paragonabile perché di anno in anno cambia il contenuto di ogni singola bottiglia. Mettiamo nella bottiglia un prodotto derivante da una pianta curata una ad una come una figlia. E come i figli non si può pretendere che siano uguali. Ognuno ha il suo carattere come i nostri vini. Diversi di anno in anno”. Il viso rosso e mani che nonostante i guanti da lavoro appena tolti sono fredde e ruvide. “Siamo due matti altro che produttori di vino!”, esclama Marcello Cavatorti già all’alba sui campi a potare.
Marcello è l’altra anima di Quarticello. Dopo venti anni, passati presso cantine sociali locali, dove ha seguito tutti i processi produttivi, ha deciso di seguire la strada tracciata dall’amico di lunga data Roberto diventando suo socio. “Vedi la Spergola ha dietro un processo produttivo di alto livello. Senti i profumi. Noi facciamo da 1500 a 5000 bottiglie l’anno e dipende da molti fattori climatici e di come rispondono le piante ogni anno. Abbiamo fatto tante ricerche anche storiche su questo vitigno. La pianta è delicatissima, noi la trattiamo senza chimica, ma è difficile fare piani produttivi”.
I numeri della cantina sono impetuosi, come fossero dati di una grande azienda: 50.000 bottiglie vendute con prevalenza in Giappone, Usa e Canada con crescite costanti negli ultimi anni. “Vendiamo paradossalmente poco in Emilia dove abbiamo deciso di stare lontano dalla grande distribuzione e dalle fiere. Non per fare gli snob, ma non facciamo lambruschi industrializzati che sono più delle bibite che del vero vino”. Ferrando (Lambrusco Salamino) e Neromaestri ( Lambrusco Maestri 70% e Lambrusco Grasparossa 30%) rappresentano quasi il 50% della produzione complessiva. È un Lambrusco rifermentato in bottiglia che si può bere e pienamente apprezzare al palato, anche dopo 4 anni dall’imbottigliamento. Trattati da Roberto e Marcello come i grandi rossi italiani, come un Brunello o Barolo. Rispetto a quelle bollicine spesso associate a qualità basse. Nel top dei ristoranti europei, il Noma di Copenaghen, hanno alla carta il Lambrusco Quarticello. Così in Usa o nei top ristoranti di Tokyo. “Pensiamo di fare cultura nel mondo attraverso le nostre bottiglie. La nostra terra che oggi è spesso associata a prodotti da battaglia. Noi ci mettiamo investimenti e grande rischio d’impresa che i produttori locali non mettono ed è chiaro che le bottiglie che proponiamo non sono per chi vuole bere guardando solo il prezzo.”
Bere dei lambruschi o spumanti che hanno passato una fermentazione in bottiglia anche di quattro anni, comporta un grande investimento a livello economico, con dei magazzini lasciati fermi proprio per affinare il prodotto anche per 48 mesi. “Arrivare nei grandi mercati Usa e Asiatici è stata una fortuna sicuramente, ma pensiamo che la qualità che noi e la nostra terra esprimiamo siano un grande contributo al territorio emiliano.” Lo fanno in silenzio, sotto traccia, senza grandi proclami da parte di Roberto e Marcello. Come Le Mole, una Malvasia di Candia derivata da macerazione sulle bucce che non ti aspetti, e che bevi mentre la famiglia di Roberto con sua moglie e i due figli popola il salone in vista del pranzo domenicale. Non ti aspetti che una Malvasia possa avere una lavorazione tanto lunga e complessa da portare il vino a sviluppare aromi così forti al naso e al palato. Roberto e Marcello descrivono fieramente il loro vino, frutto delle mani forti, con gli occhi lucidi.