Mussini
Mussini, la Val D’Orcia e il Brunello d’artista.
Dal Lambrusco a Sua Maestà il Brunello. Da un negozio di sport nella periferia di Reggio Emilia ad aperture di atelier esclusivi di moda dove poter anche sorseggiare bicchieri d’annata mentre si scelgono abiti esclusivi. Uomo d’altri tempi guidato dalla necessità del bello. Voglia di trasmettere esperienze, più che uomo businessman. L’antitesi del uomo d’affari, romantico sognatore che ha fatto spesso del sorriso la moneta di scambio nelle trattative.
Virginio Mussini. La stretta di mano, lo sguardo e la volontà di regalare una soddisfazione al potenziale cliente. A diciotto anni, dopo il diploma di geometra, l’iniziazione al mondo del vino andando a lavorare come venditore alla ditta Nando Cavalli l’allora “Ferrari” del Lambrusco. Chiudeva affari su affari inserendo prima di tutto tra lui e il suo interlocutore, l’amicizia come base della relazione. Allora c’era la rubrica telefonica e strabordava di numeri. “Dal lavoro di vendita di vini era un attimo trovarsi spesso a cena con persone che sono tuttora mie amici dopo quarant’anni” racconta Virginio con una modestia così accentuata quasi da dover scardinare dentro di lui le tante “perle” della sua storia.
A fine anni Settanta stava iniziando ad affacciarsi la moda sportiva in Italia. “A malincuore lascio il mondo del vino e mi butto a capofitto nell’apertura di un primo negozio a Reggio”. È un boom inaspettato. Insieme alla sua ex moglie gli affari volano tanto che saranno aperti in dieci anni ben quindici negozi d’élite in tutta Italia. Il successo è travolgente. Il segreto che ci racconta Mussini è semplice: vendere ottimi prodotti a prezzi sensibilmente più bassi della concorrenza in modo da dare piena soddisfazione agli amici clienti. Per ottenere questo successo Cavalli andava direttamente a trattare con le case produttrici con cui istaurava rapporti così forti e professionali da ottenere preferenze economiche uniche nel mercato. Un moderno “PR romantico del bello” che voleva rendere possibile l’accesso a prodotti d’alto livello alla gente normale attraverso prezzi non proibitivi.
“Giravo tutte le settimane l’Italia, 300 mila chilometri all’anno andando a trovare fondamentalmente tutti i miei amici clienti. Pranzi e cene. E tutte le volte ritornava fuori il mio primo grande amore. Il vino”. Si parlava e degustava. Degustava e si contemplava. Un magnete il vino per Virginio. La Toscana scandagliata in lungo e largo e terra del Re delle bottiglie. Per tutti l’inarrivabile sua maestà Brunello di Montalcino. Fine anni novanta, un amico vinaiolo aretino accetta la proposta di Mussini di iniziare a commercializzare le sue bottiglie.
Inizia l’idillio. Vendere il grande Brunello. Quel vino sognato, lodato e desiderato. Ma aggiungere un qualcosa in più al contenuto della bottiglia. La poesia del bicchiere da raccontare. Perché la bottiglia si impreziosisse e venisse allo stesso tempo fortemente personalizzata. Un ricordo anche dopo averla stappata, un ricordo da “congelare” per sempre. Il dipinto, l’acquerello. Un tuffo nella sua gioventù. Tornare a disegnare. La bottiglia del Brunello come sintesi unica delle passioni di Virginio. Nascono etichette splendide. Lavoro tra artista e artigiano. Ore e ore a disegnare per rendere unica ogni singola bottiglia. Quasi un dispiacere a venderle. A privarsi delle sue opere. “Un dono dal cuore” più che una vendita.
La nuova attività di Virginio vola. “Non capivo più quando iniziava il lavoro. Era come stare costantemente al Luna Park”. Notti intere passate a disegnare e personalizzare le etichette con il pensiero fisso di regalare sorrisi e stupore ai clienti. Ma ancora mancava qualcosa. Un qualcosa per chiudere il cerchio del proprio percorso di ricerca della felicità piena. Di quella bottiglia di vino doveva possedere anche il suo interno. Il vino. Un percorso da chiudere. Ma un target molto ambizioso soprattutto per l’impatto economico.
Anni novanta, il Brunello è un ottimo vino ma non la star mondiale dei giorni nostri. Gli occhi cadono sul Podere Canapaccia. Nel cuore della Val d’Orcia spicca su un poggio costeggiante la storica via Francigena. Il podere che deve il proprio nome all’antica coltivazione della canapa, sostituita oggi da vigneti di Brunello. Da quel podere l’ammirare cosi nitidamente, nelle notti estive, la via Lattea è stata la spinta per Virginio a fare il grande passo: l’acquisto, con tre grandi amici del podere Canapaccia. Un salto economico grande per Virginio. “Un salto che ancora adesso sto pagando ma sono pienamente felice con me stesso”. Trentacinque mila bottiglie di Brunello derivate dalle uve di Sangiovese grosso.
L’aria incontaminata dei 300 metri di altezza e la natura incontaminata, combinate ad un mix perfetto di tecniche e moderne innovazioni, hanno portato all’ottenimento di riconoscimenti internazionali per la qualità di produzione del Brunello. Virginio ha voluto curare con grande attenzione le migliorie della vecchia cantina, sotto le mura dell’antico casolare, adibita alla conservazione delle bottiglie d’annata, si trovano i legni per l’affinamento dei vini, ideali ai lunghi periodi di invecchiamento per i prestigiosi vini locali. Per Virginio c’è da salvaguardare il bello e la poesia di quei vini. Così la qualità da subito viene messa al centro della nuova attività. Per fare questo si deve per forza sacrificare le quantità: si arriva a mala pena a 60 quintali di uva per ettaro quando da disciplinare sarebbe consentito 80 quintali. Viene preso a tempo pieno l’enologo. Si vuole il meglio. Ogni dettaglio è curato in maniera spasmodica da Virginio e i suoi amici. La bottiglia deve essere un quadro. Tanto bella dentro quanto fuori. Da esposizione. Cosi la grande intuizione. Un pittore a fare a mano le etichette. Parte la collaborazione esclusiva con il pittore Bartolo Mascarella. Le bottiglie appaiono dei piccoli capolavori. Le richieste piovono prima dall’Italia fino ad arrivare ai top ristoranti stellati d’Europa.